Elisabetta Flore Avvocato

Separazione giudiziale e consensuale tra i coniugi.

La separazione personale dei coniugi non incide sul vincolo costituitosi per effetto del matrimonio ma determina solo la sospensione di alcuni effetti di esso (ad esempio cessa l’obbligo di coabitazione). Di regola, infatti, tale sospensione permane fino alla riconciliazione dei coniugi (espressa e formalizzata in un accordo o tacita, frutto di un comportamento inequivocabile e incompatibile con lo stato di separazione) oppure fino alla pronuncia di scioglimento del matrimonio, il cosiddetto divorzio. È anche possibile, però, che entrambi i coniugi (per motivi religiosi o di opportunità) preferiscano mantenere per sempre questa condizione.

La separazione legale può essere di due tipi: consensuale o giudiziale, distinte a seconda che vi sia o meno una volontà comune dei coniugi circa la separazione e gli accordi personali e patrimoniali alla stessa sottesi, anche in merito all’affidamento dei figli, e circa i presupposti. A norma dell’art. 151 c.c., la separazione giudiziale può essere chiesta quando si verifichino, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi (e non necessariamente per effetto di comportamenti dipendenti da uno dei coniugi), fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o di recare grave pregiudizio all’educazione della prole; per la pronuncia di separazione consensuale non è invece necessariamente richiesta l’intollerabilità della convivenza.

Quale che sia la strada intrapresa dai coniugi per addivenire alla separazione personale, è ad ogni modo necessaria una pronuncia del giudice che disponga la separazione omologando i patti sui quali i coniugi si sono accordati al fine di renderli efficaci ed effettivi, nel caso di separazione consensuale, ovvero stabilendo le condizioni della separazione a seguito del procedimento di separazione giudiziale.

Il procedimento di separazione personale si svolge solitamente presso il Tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi e consta di due fasi. Una prima fase si svolge dinanzi al Presidente del Tribunale il quale fissa con decreto l’udienza di comparizione dei coniugi davanti a sé, assistiti da un difensore, da tenersi entro 90 giorni dal deposito del ricorso di separazione. Ivi, sentiti i coniugi prima singolarmente e poi congiuntamente, il Presidente opera un tentativo di conciliazione e, qualora i coniugi restino fermi nel proposito di separarsi oppure qualora il coniuge convenuto non compaia, nel caso di separazione giudiziale può concedere con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputi opportuni nell’interesse della prole e dei coniugi. Avverso tali provvedimenti presidenziali è proponibile, nel termine perentorio di 10 giorni dalla notificazione degli stessi, reclamo con ricorso alla Corte di Appello, che si pronuncia in camera di consiglio.

Dopo la cosiddetta fase presidenziale, il procedimento di separazione giudiziale prosegue secondo le regole del processo ordinario di cognizione innanzi al giudice istruttore designato dallo stesso Presidente e si conclude con la pronuncia di una sentenza. Nel caso in cui il processo debba continuare per la richiesta di addebito, per l’affidamento dei figli o per le questioni economiche, il Tribunale emetterà sentenza non definitiva relativa alla separazione, avverso la quale è ammesso soltanto appello immediato, deciso in camera di consiglio.

Nel caso di separazione consensuale, il Presidente, sempre qualora non si addivenga alla conciliazione dei coniugi, redige un verbale nel quale dà atto del permanere della volontà degli stessi alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi e la prole. La separazione consensuale acquista efficacia con la omologazione del Tribunale, il quale provvede in camera di consiglio ad un controllo in ordine alle modalità con le quali i coniugi hanno deciso di separasi.

Da un punto di vista più tecnico, la sentenza di separazione giudiziale o consensuale forma “cosa giudicata” ma è soggetta alla clausola “rebus sic stantibus” nel senso che i coniugi, d’accordo o attraverso uno specifico ed ulteriore procedimento in camera di consiglio, possono farne cessare gli effetti o modificare, sulla base di fatti e comportamenti nuovi, i provvedimenti già stabiliti nella sentenza.


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